Karénina
prove aperte d'infelicità


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Che cosa ha provato quando ha saputo che sarebbe venuta a Yasnaya Polyana?
Un'emozione profonda. Sapevo che prima o poi ci sarei andata.

Finalmente ha visto questo posto. In realtà è proprio come se lo immaginava?
Arrivando a Yasnaya Polyana ho dato corpo a parole, paesaggi e racconti che avevo vissuto solo attraverso l’immaginazione, in questi anni di avvicinamento al mondo di Lev Tolstoj. Oggi che ho visto di persona la casa, la tenuta, il luogo dove Tolstoj ha volute essere sepolto, sento di aver accolto in me qualcosa di più, e di difficilmente riferibile.

Come è cominciata la sua conoscenza dell’opera di Tolstoj? Non ricordo precisamente. Molti anni fa, forse a scuola, con Guerra e pace. Come è nata l’idea di fare lo spettacolo “Karenina. Prove aperte d’infelicità”?
Avevo già letto alcune sue opere, ma non avevo ancora “incontrato” Anna Karénina. La lettura di questo romanzo, avvenuta più o meno quattro anni fa, ha acceso in me il desiderio concreto di riuscire a trasmettere in scena anche solo un frammento della profonda passione che la lingua di Tolstoj è in grado di suscitare.

Quanto è durato il lavoro di preparazione?
Un anno e mezzo circa. Ho lavorato sempre a quattro mani con Emanuele Trevi, che è coautore della drammaturgia di scena. In un secondo momento è intervenuto Giuseppe Bertolucci, su nostro invito. Il suo sguardo registico è stato molto importante per la realizzazione del lavoro.

Quali sono state le difficoltà durante il lavoro preparatorio?
Sin dall’inizio ero certa che avrei inserito la parte finale del racconto di Anna, il suo ultimo viaggio verso la stazione, e il suicidio. Il percorso che porta a quel momento finale dello spettacolo è stato invece molto complesso e difficile da rintracciare. Io e Emanuele Trevi non abbiamo mai pensato di dar vita all’ennesimo adattamento dal romanzo. Desideravamo scavare alle radici della storia. Volevamo scoprirne il “dietro le quinte”.

Quanto incide il rapporto con il pubblico, in questo spettacolo?
E’ fondamentale. E’ un rapporto di profonda intimità e a questo scopo privilegio spazi teatrali non troppo vasti e non faccio uso di microfono.

Non è la prima volta che lei viene in Russia. Che idea si è fatta dello spettatore russo?
Lo sento appassionato e generoso.

Che cosa pensa del Festival “Giardino dei geni”?
Mi ha offerto la possibilità di vivere un’ esperienza unica e di realizzare un sogno. Raccontare, vivere Anna Karénina di fronte alla casa dei Tolstoj, nella sua tenuta, fra le betulle che lui tanto amava , per un pubblico attento e partecipe mi ha donato qualcosa di prezioso. E’ il mio personale rametto verde che dona la felicità!

Marina Minakova - Yasnaya Polyana, 7 luglio 2013