Quel che mi commuove, mi emoziona (e felicemente mi inquieta) in questa prova di Sonia Bergamasco è la sua formidabile, irriducibile determinazione nel celebrare l’autarchia del significante, nel festeggiare l’arbitrarietà del segno, nel riaffermare la supremazia del suono e dell’espressione vocale e corporale.
La voce di Sonia non è una scelta, è una necessità, un destino biologico, una sorta di dentizione allegra e dolorosa che la accompagna ormai da tanti anni,
una gioia ecolalica e onomatopeica che coltiva dentro e contro la sua professione di attrice-Alice precipitata nell’inferno senza stile di questi tempi ottusi.
Vorrei salutarla senza parole, con un tintinnio di denti o con un grugnito o una risata o uno starnuto questa voce-vocazione che ci strega e ci consola, mostrandoci l’incanto irresistibile dei tesori desueti e trascurati, che tutti possediamo. Senza saperlo.
Giuseppe Bertolucci